su “Il dolore perfetto”, di Ugo Riccarelli

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Fin dal titolo e dalla prima pagina si comprende trattarsi di un libro differente,  sin dal quasi ossimorico accostamento del sostantivo “dolore” all’aggettivo/verbo “perfetto”. Già perché siamo avvezzi ad associare l’idea di perfezione  a tutta una serie di implicazioni che abbiano a che fare con la positività,  la bellezza, la compiutezza… convenzionalmente intese, il dolore a tutto ciò che è negativo, brutto, distonico. E invece… invece qui entriamo in una dimensione davvero magica dove apprendiamo che anche il dolore può essere perfetto. Il riferimento prosaico ed immediato ci si svela nella prima pagina: il dolore è quello del parto. Quale altro dolore può essere perfetto se non l’unico giustificato, legittimato, sacro, quello patito per dare alla luce un figlio? Di poi… fendiamo tutto un universo di personaggi solcati dal dolore dell’esistenza mai indossato dimessamente bensì con estrema fierezza e dignità. Non c’è ombra di rassegnazione in questo libro. È tutto pervaso dalla fede in ideali alti, forti, saldi.
Personalmente l’ho trovato epico, tragico a tratti, struggente,  straziante, ho pianto dalla prima all’ultima pagina, pervasa però costantemente da un sentimento di felicità… chissà… ognuno vive un libro in base alle proprie esperienze di vita, alla propria sensibilità… quando si toccano corde particolarmente vibratili  è inevitabile l’emozione e la commozione. È un dolore perfetto, una storia ciclica, perfetto perché compiuto, finito, catartico… si esce da questa storia purificati dalla malinconia e dalla delicatezza di cui i personaggi sono inzuppati… mai libro è stato per me più dolce…

Dell’inutilità dell’amicizia

Che cos’è un oggetto utile?
È un qualcosa di cui abbiamo bisogno per soddisfare esigenze pratiche, che abbia uno scopo preciso, una motivazione esatta in vista della quale esso sia stato creato.
Al contrario, un oggetto inutile è superfluo, è un “di piu”, un surplus che arricchisce ciò che possediamo e ci diletta per il semplice fatto di esserci, senza che vi sia ragione per averlo o urgenza di utilizzarlo.
Quanti nella propria vita si circondano solo ed esclusivamente di oggetti utili e limitatamente di oggetti inutili, nell’accezione di cui sopra? Davvero un ristretto numero…
Riempiamo invece le nostre case e le nostre esistenze di orpelli, gingilli, fronzoli; colmiamo gli spazi vuoti e ammiriamo spesso lo spettacolo allestito sentendoci a volte paghi… a volte ridicoli perché perfettamente consci di non saper bene cosa fare di tutta quella roba, però… ci è così familiare, ci scalda così tanto le giornate e il solo pensiero di averla ci fa sentire al sicuro, meno soli.
Cosa davvero “serva” per stare bene, se l’utile o l’inutile, è questione antica e complicata…
Se invece spostiamo il focus dagli oggetti alle persone, be’ la risposta è più a portata di mano, se cioè ci domandiamo “chi” davvero serva per stare bene: una persona “utile” o una “inutile” – per quanto precisato inizialmente-, vien facile rispondere… È la persona inutile che ci fa star bene, la persona della quale non abbiamo bisogno per ottenere un risultato, per conseguire un obiettivo, per raggiungere una meta; una persona che ci serva per la sola esistenza, che ci appaga senza darci nulla in concreto ma tutto in astratto… perché è l’astratto che ci solleva dal peso del concreto che ci obera e spesso affrange, è l’astratto che ci eleva rispetto alle meschine urgenze quotidiane e ce le rende più lievi e sostenibili. Analogamente, è l’inutile che ci sostiene nel tollerare l’utile cioè chi c’è perché “deve” esserci e non perché ” desideriamo” ci sia,  tutti coloro con cui ci rapportiamo e che rappresentano il concreto, l’obbligo, il dovere, il pratico, il contingente, la necessità.
Gli inutili delle nostre vite sono gli amici, che ci sollevano e ci conducono nella dimensione dell’astratto, del leggero, dell’intangibile, dell’aereo ed ineffabile, inspiegabile ed inafferrabile ma così presente e vivo…
Pertanto, nell’inutilità sostanziale è la ragion d’essere dell’amicizia…

Le persone io e le persone tu

A me non piacciono le persone “Io” e quelle “tu”. Ritengo che siano gli individui dei quali diffidare maggiormente…
Le persone “Io” sono quelle assolutamente autoreferenziali, ogni loro frase comincia con una indisponente e superflua rivendicazione d’identità. Completamente assorbiti da se stessi, dimentichi di chiunque graviti loro attorno poiché l’umanità è vista come una corte adulante ed adorante al proprio cospetto, pertanto non rilevante in quanto ad interiorità bensì solo come facente parte della schiera del pubblico.
Forse peggiori sono le persone “tu” e la sottospecie corollario delle persone “voi”; peggiori perché, mentre le persone “Io” non considerando degno il resto del mondo neppure si curano di giudicarlo, le persone “Tu” hanno come principale molesta occupazione quella di ergersi a membri del tribunale dell’umanità, assise sui loro scranni hanno perennemente il dito puntato ed un taccuino per prendere appunti e cogliere in fallo il prossimo,in prima fila nel criticare distruttivamente l’operato di ciascuno.
Le persone “Io” e le persone “Tu” sono accomunate dalla scelta, inconsapevole spesso, di non mettersi mai in discussione, non porsi mai in gioco, non dubitare mai della propria superiorità.
Al contrario, amabili trovo le persone “noi”: aperte, disponibii al dialogo, equanimi, sempre un passo indietro ed un tono più in basso, sorridenti ed accoglienti, sospendono il giudizio sugli altri e sono costantemente predisposte all’ascolto. Sono le persone dall’intelligenza più brillante perché sempre attente a correggere il tiro, a rivedere -all’occorrenza- le proprie posizioni, premurose nel non ferire la sensibilità dell’interlocutore. Perché ogni pianta, ogni fiore necessita del clima adatto per poter crescere e divenire florida… una primula non germoglierà nella steppa… È sciocco pretendere di imporre un corso agli eventi: non lo seguiranno, procederanno secondo il loro flusso e l’unico modo per non venire travolti è essere capaci di costruire una zattera…