Del perdonarsi…

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I traguardi sono fondamentali. Sia che ce ne poniamo sia che non lo facciamo. Chi si pone traguardi può essere ambizioso o meno… Non si mira ad un obiettivo necessariamente per scopi utilitaristici o pratici, lo si può fare semplicemente per habitus mentale, per una pulsione interiore ed irrefrenabile che non punta a concretizzare immancabilmente bensì è galvanizzata dal solo incedere. Chi non se ne ponga non può comunque prescindere da essi… il suo procedere si sostanzia proprio nell’assenza di mete pertanto le riconosce pur rinnegandole. Quale piglio sia il più valido chi lo sa… essenzialmente… il punto d’arrivo non è altro che la prospettiva opposta del punto di partenza…
E tutto è sospensione. È l’attesa. È baluginío e sussurro. Nuotare è sgorgare. E poi capire che per quell’attimo hai speso passi che sembravano infiniti, hai investito in abbracci che parevano promesse, hai sceso declivi che annunciavano vallate… Placarsi. Perdonarsi. Riaprire gli occhi. Ricominciare a scommettere su di sé… perché non esiste sfida che sia persa realmente se non quella che non si accetta di affrontare.
La creatività è taumaturgica. Allevia le pene. Col fare si attenua il peso dell’essere. Ci sono di quei periodi così in cui si decide di voler riposare e dar tregua alla mente. E ci si industria nel manipolare. Dei periodi in cui i troppi pensieri pesano sul cuore e si sente il biaogno di ossigenare il cervello. Chi è abituato a sfruttare all’inverosimile la parte “teorica” delle proprie abilità accade che in determinati frangenti accusi una stanchezza gravosa… e necessiti di riprendere contatto fisico e sensoriale con le cose, con gli oggetti. Sono dei tempi di riflessione… di ricordi di passi compiuti… ci si chiede se siano stati validi o meno… ci si chiede se si sarebbe potuto fare diversamente… e alla fine si scopre che non siamo disposti a colpevolizzarci… ed è un sollievo… perché troppo spesso siamo pronti ad autocondannarci e additarci colpe presunte… quasi volessimo scontare la pena dell’esistere come se fossimo noi i responsabili del kaos attorno… Dei sublimi momenti di lucidità e pace ci riconciliano invece con noi stessi e ci predispongono all’assolverci…

Onore ai vinti purché combattenti…

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Amare il proprio lavoro è un privilegio. Anche se spesso comporta sacrifici enormi soprattutto se si pretende da se stessi di farlo al massimo, pretesa imprescindibile per motivazioni etiche universali: dignità personale, amor proprio, rispetto di sé e di coloro con cui ci rapportiamo… e anche se spesso tale onerosa dedizione implica delle defaillances in altri ambiti… incolpevoli ed involontari sebbene non meno stigmatizzabili. Ma accade che sia complicato a volte… in alcuni periodi… tenere ben serrate tutte le fila e tener ben strette le redini per non deragliare… eppure… anche nei momenti di massima tensione e quando sembra che proprio si stia per cedere… Si riaccende il barlume dell’assoluto in noi stessi e un anelito di elevazione morale ci risolleva e ci riadagia con i piedi per terra ben saldi e presti a ricominciare… ed è il sugo di tutto il discorso di questo nostro girare apparentemente in tondo attorno allo stesso punto estenuantemente a volte: ci si rialza sempre purché lo si voglia. E il volerlo non chiama in campo una inerte forza interiore ed innata, volerlo coinvolge i meandri dell’io, è uno sprone così ben ascoso a volte che si fatica più a rinvenirlo che ad usarlo. Accade che alcuni non lo vogliano e siano parimenti rispettabili. Onore ai vinti… purché combattenti….

Onore ai vinti purché combattenti…

Amare il proprio lavoro è un privilegio. Anche se spesso comporta sacrifici enormi soprattutto se si pretende da se stessi di farlo al massimo, pretesa imprescindibile per motivazioni etiche universali: dignità personale, amor proprio, rispetto di sé e di coloro con cui ci rapportiamo… e anche se spesso tale onerosa dedizione implica delle defaillances in altri ambiti… incolpevoli ed involontari sebbene non meno stigmatizzabili. Ma accade che sia complicato a volte… in alcuni periodi… tenere ben serrate tutte le fila e tener ben strette le redini per non deragliare… eppure… anche nei momenti di massima tensione e quando sembra che proprio si stia per cedere… Si riaccende il barlume dell’assoluto in noi stessi e un anelito di elevazione morale ci risolleva e ci riadagia con i piedi per terra ben saldi e presti a ricominciare… ed è il sugo di tutto il discorso di questo nostro girare apparentemente in tondo attorno allo stesso punto estenuantemente a volte: ci si rialza sempre purché lo si voglia. E il volerlo non chiama in campo una inerte forza interiore ed innata, volerlo coinvolge i meandri dell’io, è uno sprone così ben ascoso a volte che si fatica più a rinvenirlo che ad usarlo. Accade che alcuni non lo vogliano e siano parimenti rispettabili. Onore ai vinti… purché combattenti….

#donna

“Donna, mistero senza fine bello”, chiosava Guido Gozzano nel suo componimento “La signorina Felicita”. E mai accostamento lessicale è stato più opportuno… già perché noi donne siamo questo: un mondo di inesauribili risorse da scoprire. Il Mistero ha il fascino del pericolo, del non conosciuto, dell’inesplorato misto all’adrenalina dell’avventura. Quale uomo mai potrà sostenere di conoscere integralmente e completamente le donne?
Nei secoli l’immagine della donna che è stata tramandata è un’immagine stereotipata e forgiata sui modelli imposti da istituzioni maschili: figlia moglie madre. Senza spazi autonomi di azione. Coloro che deviassero da questo modello erano guardate con disapprovazione e condannate fino alla morte sociale quando non fisica (pensiamo alla caccia alle streghe da parte della Santa Inquisizione). Le donne erano un pericolo… si badava bene a che rimanessero relegate negli ambiti domestici, non bisognava che fossero istruite, ricevevano solo dei rudimenti che servissero loro per la vita da mamma e sposa fedele. Si faceva di tutto perché non divenissero esseri pensanti con una propria coscienza. Eppure… eppure… sappiamo bene che non appartiene alla donna l’obbedienza tacita e acritica (fin dal giardino dell’Eden) e così è stato anche nei secoli scorsi. Mai sono mancati esempi di figure femminili che si siamo segnalate per la loro “irregolarità”, per il loro non essere conformi al ruolo che si voleva ricoprissero: Ildegarda di Bingen, Sofonisba Anguissola, Artemisia Gentileschi, George Sand, Sibilla Aleramo, Simone de Beauvoir, la nostra conterranea Antonietta de Pace, solo per citare pochi esempi. “Chi dice donna… dice danno”, recita un noto adagio sicuramente coniato da un uomo. La donna valeva solo come proiezione maschile. In caso contrario… sarebbe stato un elemento di rottura, di frattura sociale, un inceppamento nell’ingranaggio… beh… l’ingranaggio della storia ha potuto funzionare appunto grazie a figure che si ergessero al di sopra e al di là dei luoghi comuni… e così è accaduto per il cammino di evoluzione della posizione sociale femminile. Fin dalle battaglie per il diritto di voto per arrivare alle rivendicazioni del movimento femminista durante gli anni’60 -’70 e alle lotte per la difesa della donna dalle violenza di genere dei giorni nostri la polvere i chilometri le intemperie della storia non hanno fermato il sesso debole. La fragilità presupposta è stata la nostra forza, il nostro sprone ad agire e a smentire i sorrisi dissimulati e gli scherni rivoltici.

#rainydays

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E poi quei giorni di pioggia… che ti  chiedi cosa c’entrino ora… ieri splendeva alto il sole e sembrava prossima la primavera… comprendi però dopo un attimo di smarrimento che è così che va… comunque. Non c’è il tempo di abituarsi al bel tempo che subito incalzano le nuvole. E pensi che alla fine sono necessarie anch’esse, spazzano via lo sporco nel cielo. E ce n’è tanto. E allora aspetti. Ti dici “passerà”. Solo che alle nuvole e alla pioggia si aggiunge il vento sferzante che rende l’incedere arduo e faticoso. E subentra la stanchezza. Vorresti fermarti e stare. Così. Non è tristezza, non sei triste per niente, è solo sentire estrema la fatica.