RECENSIONE: DI OLTRE L’INVERNO, DI ISABEL ALLENDE

 

TITOLO Oltre l’inverno

AUTRICE Isabel Allende

EDITORE Feltrinelli

ANNO 2017

PAGINE 297

“La realtà non è solo come appare in superficie ma ha una dimensione magica e, volendo, è legittimo esagerarla e colorirla per rendere meno noioso il passaggio attraverso questa vita”.

Ho incontrato Isabel Allende e il suo mondo per la prima volta quando frequentavo il Liceo. Per me è stato amore a prima vista… sono stata rapita dalle sue atmosfere colori odori sapori… un mondo di pulsioni primordiali in cui ci si tuffa senza riserve remore e timori, un mondo di donne e uomini che cedono e soccombono ai sentimenti senza esserne mai sconfitti né esserne mai paghi… Sì perché il mondo di Isabel Allende è estremamente sensoriale, è un mondo che si tocca si odora si gusta si ascolta si guarda… Ed è inevitabile restarci sviluppati dentro, inevitabile… cominciare è stato altrettanto facile che continuare a leggerla: subito dopo il primo mio approccio, che è stato con Eva Luna, ho acquistato tutti i romanzi sino ad allora da lei pubblicati nelle così calde e famigliari edizioni #feltrinelli. Isabel mi ha introdotto nella foresta di sensazioni della letteratura latinoamericana: grazie a lei mi sono approcciata senza paura al gigante Gabriel Garcia Marquez per lasciarmene folgorare. Chi legge la Allende non può non viverla, non essere avida di sapere chi sia, da dove viene, che vita ha avuto e così… ho conosciuto la sua storia famigliare non facile… e l’amore è cresciuto. Isabel mi ha dato il coraggio di provare quelle emozioni e suggestioni che lei faceva trasudare dalle pagine senza falsi pudori, con innocenza e consapevolezza… Isabel Allende si può ascrivere alla corrente del Realismo Magico, la medesima della quale eccelso esponente è “Gabo”: la realtà trasfigurata, sprimacciata, spettinata mediante la magia della parola e della sua dirompente forza… da quando l’ho incontrata non ci siamo più lasciate… il suo stile del narrare si è man mano placato senza sedarsi del tutto fino ad oggi…

Il suo ultimo regalo è “Oltre l’inverno”, edito come tutti i suoi testi da #feltrinelli. Devo ammettere che ad un iniziale approccio stentavo a riconoscere la mia Isabel: il ritmo non era il suo, il “mood”, il clima non era il suo… ma sono bastate poche pagine per ritrovarla e per tornare a sentire tutte le sollecitazioni così note a chi la conosce. Questo romanzo ha un mistero da svelare, ma non è un “giallo” comune, è un giallo alla Allende e capire chi è l’assassino passerà quasi in secondo piano perché verrete travolti dall’impeto della narrazione.

Non pensiate però di poter dire di conoscerla se avete letto uno o solo qualcuno dei suoi romanzi: per conoscere e amare completamente qualcuno lo si deve “coltivare” con costanza, passione, dedizione e fiducia… una volta conosciuta non la lascerete più…

 

 

RECENSIONE: LA SAGA DEI CAZALET, ELIZABETH JANE HOWARD

 

TITOLO: Gli anni della leggerezza; Il tempo dell’attesa; Confusione; Allontanarsi; Tutto cambia.

AUTORE: Elizabeth Jane Howard

EDITORE: FAZI

AMBIENTAZIONE: ‘900, INGHILTERRA

 

Per chi ama le letture lente, da gustare, da centellinare. Per chi non ama perdere di vista i personaggi che conosce in un libro ed è felice di sapere che l’ultima pagina è solo un arrivederci. Per chi ha molta pazienza. Per chi non sopporta i distacchi. Per chi lascia sempre la porta socchiusa e preferisce i finali aperti… vi appassionerà ed emozionerà la saga della famiglia Cazalet, scritta da Elizabeth Jane Howard, composta da 5 volumi: Gli anni della leggerezza, Il tempo dell’attesa, Confusione, Allontanarsi, Tutto cambia. Le vicende narrate si dipanano dal 1937 alla fine degli anni ’50 del ‘900. Volumi corposi ma non estenuanti: non avrete voglia che finiscano! Pubblicati da Fazi Editore con una veste tipografica a mio parere delicatissima. Riguardo al merito, l’autrice regala delle descrizioni di ambienti, stati d’animo, situazioni famigliari estremamente icastiche, incisive e assolutamente rappresentative: non si potrà non riconoscere qualche familiarità con episodi narrati dell’autrice. È una narrazione lieve  che sfiora tematiche anche estremamente delicate e dinamiche famigliari complesse e a tratti morbose. C’è tutta ma proprio tutta la gamma di sentimenti che anima le famiglie numerose ed allargate. Il tratto rimane però leggero così da non urtare mai la sensibilità. I Cazalet diventeranno anche per voi membri della famiglia e parteciperete delle loro gioie e dei loro dolori. Vivrete gli eventi storici che fanno da sfondo al racconto con lucidità e consapevolezza ma senza drammaticità, in stile assolutamente english: understatement, sobrietà e misura le parole d’ordine. Ve lo consiglio se avete  voglia di ritagliarvi del buon tempo da spendere. Non è una lettura veloce, sicuramente, è adatta ai lunghi pomeriggi. Con un aggettivo inglese definirei questa saga cozy: accogliente, comoda, confortevole; come un plaid da adagiare sulle gambe sul divano  davanti al caminetto con una fumante tazza di thè. Sarete avvolti dall’abbraccio dei Cazaletbe vi ci abbandonerete piacevolmente… e rimarrete abbagliati dallo stile, dallo zelo, dalla passione per la scrittura e per la costruzione dei personaggi che trasuda da ogni riga; il lavoro della Howard è a mio parere esemplificativo di un amore per la scrittura e di una capacità di creazione commovente… vale la pena, vale davvero la pena suonare il campanello di Home Place e trascorrervi un buon tempo…

 

RECENSIONE: OGNI STORIA E’ UNA STORIA D’AMORE, A. D’AVENIA

RECENSIONE:

OGNI STORIA E’ UNA STORIA D’AMORE

TITOLO: Ogni storia è una storia d’amore

AUTORE: Alessandro D’Avenia

EDITORE: MONDADORI

ANNO: 2017

PAGINE: 320

ISBN: 978 88 04 68157

Rilke, Carver, Keats, Plath,Van Gogh, Bach, Elias Canetti, Pavese, F. S. Fitzgerald e Zelda… poeti, prosatori, artisti… narrati attraverso il loro modo di Amare. Una galleria vastissima di uomini e donne, spogliati della loro fama e presentatici nella loro essenza vulnerabile di innamorati.

Immaginatevi in una strada. E’ notte. Siete accanto ad un lampione, però di quelli vecchio stile… sapete, di quelli che si vedono nei film ambientati a Parigi… ecco: lì. Non c’è una panchina dove sedersi, in scene come queste nei film non c’è mai la panchina: si sta sempre in piedi. C’è umidità e voi vi stringete nell’impermeabile. Siete sul marciapiede di fronte ad un condominio. Tutte le finestre hanno le imposte aperte, usci chiusi ma imposte aperte così che voi possiate vedere la luce accesa in casa e le ombre di chi le abita che appaiono e scompaiono. E immaginate – avete molto tempo –  di soffermarvi progressivamente su ognuna di esse, senza una logica razionale o un ordine, così… lasciando vagare lo sguardo e soffermarsi lì dove più è attratto. 

Immaginate poi che dopo un po’ che starete lì a godervi questo spettacolo, e siete anche notevolmente intirizziti, si apra l’uscio del portone e ne esca il portiere – oh sì: questo condominio ha anche il portiere! – e vi inviti ad entrare e prendere una cioccolata calda o un thé o un caffè: scegliete voi, e poi che una volta che vi siate accomodati davanti al suo bel caminetto vi racconti la storia del filo che tiene unite tutte le vite, nelle quali avete sbirciato per qualche ora, di chi abita il condominio: “Ogni storia è una storia d’amore”, vi dirà. 

Il libro di D’Avenia posso descrivervelo esattamente così.

Si legge non con totale confortevolezza: l’amore non può essere totalmente confortevole, diverrebbe noia. Il ritmo non è incalzante, è lento e sincopato. D’altronde si parla di sentimenti e i sentimenti non conoscono “linearità”. Sincopato come i singulti. E piene di singulti sono le storie che scorgiamo, sì: scorgiamo, perché non dimentichiamo che stiamo sbirciando dall’esterno le vite altrui. 

D’Avenia prende le vite e gli amori dei protagonisti che sceglie di raccontarci e li scolpisce nelle righe, il suo non è un lavoro di cesello, no… piuttosto uno “stiacciato” donatelliano, noi non veniamo inclusi nelle storie, non ne siamo abbracciati, guardiamo i personaggi che sono “sbalzati”, che si affacciano dalla superficie del foglio in un drammatico e tormentato michelangiolesco “non finito”.

E’ un libro che merita attenzione e da maneggiare con cura… come ogni storia d’amore. Non è un libro leggero. Non è un libro pesante. E’ un libro fragile, delicato… come fragile e delicata è la natura dell’amore. 

Oggi il sole è caldo e alto…

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Oggi il sole è caldo e alto, si respira il nuovo e il bello che arriva… la primavera diventa meno timida. Un po’di tempo da dedicarsi. Ci sono periodi in cui ci si deve un attimo fermare a riflettere e fare il punto della situazione, definire bene le priorità, fare ordine nel caos sulla scrivania… ci sono periodi in cui si deve prendere atto della impellente e imprescindibile necessità di lasciar fuori tutto e tutti e concentrarsi su di sé e sulla propria felicità… non permettere a fattori e circostanze esterne, avulse dal proprio cerchio vitale, di influenzare o violare o turbare ciò che si ha… chi è avvezzo a farsi carico delle sofferenze e dei problemi altrui farà una fatica immane a farsi scivolare addosso il tutto ma a volte è una decisione irrinunciabile… il primo passo per la serenità è saper chiudere la porta dietro e ripararsi dalla tempesta che imperversa, una volta preso coscienza di non poterla placare seppur dopo averci provato con pervicacia, perchè non dipendente dalla propria volontà… non si può salvare il mondo se non si è capaci di salvare se stessi… mi rifugio nel mio mondo, mi accoccolo e sto… bellamente…

Vivere!

Vivere è avere ogni mattina la voglia di fare colazione e aprire le finestre per far entrare finalmente il sole che arriva dopo mesi di latitanza e far cambiare l’aria in casa… è avere la voglia di continuare a credere che da qualche parte l’amicizia esista, nonostante le delusioni le amarezze le spalle voltate e gli smacchi inaspettati… nonostante chi credevi non potesse mai mentirti ti mente, chi credevi sarebbe stato il tuo compagno di avventure per tutta la vita ti chiude la porta in faccia e decide di proseguire da solo… Vivere è essere consapevoli di come si intende proseguire: con estrema onestà e rispetto verso se stessi, riservando sempre un pensiero bello da usare per riempire la mente prima di chiudere gli occhi e addormentarsi, conservando la volontà di concedere una seconda ed una terza possibilità a chi ti delude, preservando la forza di leccare le cicatrici e suggellarle con un sorriso… e impegnandosi per lasciare sempre un buon ricordo di sé: che vi associno sempre a un viso aperto e occhi trasparenti… a risate e abbracci… non importa se solo donati e poco ricevuti… fondamentale è saper scrollare le spalle e strizzare l’occhio ai visi spenti ed imbruttiti dal non amore… chi ama e spera ha già vinto!

Del perdonarsi…

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I traguardi sono fondamentali. Sia che ce ne poniamo sia che non lo facciamo. Chi si pone traguardi può essere ambizioso o meno… Non si mira ad un obiettivo necessariamente per scopi utilitaristici o pratici, lo si può fare semplicemente per habitus mentale, per una pulsione interiore ed irrefrenabile che non punta a concretizzare immancabilmente bensì è galvanizzata dal solo incedere. Chi non se ne ponga non può comunque prescindere da essi… il suo procedere si sostanzia proprio nell’assenza di mete pertanto le riconosce pur rinnegandole. Quale piglio sia il più valido chi lo sa… essenzialmente… il punto d’arrivo non è altro che la prospettiva opposta del punto di partenza…
E tutto è sospensione. È l’attesa. È baluginío e sussurro. Nuotare è sgorgare. E poi capire che per quell’attimo hai speso passi che sembravano infiniti, hai investito in abbracci che parevano promesse, hai sceso declivi che annunciavano vallate… Placarsi. Perdonarsi. Riaprire gli occhi. Ricominciare a scommettere su di sé… perché non esiste sfida che sia persa realmente se non quella che non si accetta di affrontare.
La creatività è taumaturgica. Allevia le pene. Col fare si attenua il peso dell’essere. Ci sono di quei periodi così in cui si decide di voler riposare e dar tregua alla mente. E ci si industria nel manipolare. Dei periodi in cui i troppi pensieri pesano sul cuore e si sente il biaogno di ossigenare il cervello. Chi è abituato a sfruttare all’inverosimile la parte “teorica” delle proprie abilità accade che in determinati frangenti accusi una stanchezza gravosa… e necessiti di riprendere contatto fisico e sensoriale con le cose, con gli oggetti. Sono dei tempi di riflessione… di ricordi di passi compiuti… ci si chiede se siano stati validi o meno… ci si chiede se si sarebbe potuto fare diversamente… e alla fine si scopre che non siamo disposti a colpevolizzarci… ed è un sollievo… perché troppo spesso siamo pronti ad autocondannarci e additarci colpe presunte… quasi volessimo scontare la pena dell’esistere come se fossimo noi i responsabili del kaos attorno… Dei sublimi momenti di lucidità e pace ci riconciliano invece con noi stessi e ci predispongono all’assolverci…

Onore ai vinti purché combattenti…

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Amare il proprio lavoro è un privilegio. Anche se spesso comporta sacrifici enormi soprattutto se si pretende da se stessi di farlo al massimo, pretesa imprescindibile per motivazioni etiche universali: dignità personale, amor proprio, rispetto di sé e di coloro con cui ci rapportiamo… e anche se spesso tale onerosa dedizione implica delle defaillances in altri ambiti… incolpevoli ed involontari sebbene non meno stigmatizzabili. Ma accade che sia complicato a volte… in alcuni periodi… tenere ben serrate tutte le fila e tener ben strette le redini per non deragliare… eppure… anche nei momenti di massima tensione e quando sembra che proprio si stia per cedere… Si riaccende il barlume dell’assoluto in noi stessi e un anelito di elevazione morale ci risolleva e ci riadagia con i piedi per terra ben saldi e presti a ricominciare… ed è il sugo di tutto il discorso di questo nostro girare apparentemente in tondo attorno allo stesso punto estenuantemente a volte: ci si rialza sempre purché lo si voglia. E il volerlo non chiama in campo una inerte forza interiore ed innata, volerlo coinvolge i meandri dell’io, è uno sprone così ben ascoso a volte che si fatica più a rinvenirlo che ad usarlo. Accade che alcuni non lo vogliano e siano parimenti rispettabili. Onore ai vinti… purché combattenti….

Onore ai vinti purché combattenti…

Amare il proprio lavoro è un privilegio. Anche se spesso comporta sacrifici enormi soprattutto se si pretende da se stessi di farlo al massimo, pretesa imprescindibile per motivazioni etiche universali: dignità personale, amor proprio, rispetto di sé e di coloro con cui ci rapportiamo… e anche se spesso tale onerosa dedizione implica delle defaillances in altri ambiti… incolpevoli ed involontari sebbene non meno stigmatizzabili. Ma accade che sia complicato a volte… in alcuni periodi… tenere ben serrate tutte le fila e tener ben strette le redini per non deragliare… eppure… anche nei momenti di massima tensione e quando sembra che proprio si stia per cedere… Si riaccende il barlume dell’assoluto in noi stessi e un anelito di elevazione morale ci risolleva e ci riadagia con i piedi per terra ben saldi e presti a ricominciare… ed è il sugo di tutto il discorso di questo nostro girare apparentemente in tondo attorno allo stesso punto estenuantemente a volte: ci si rialza sempre purché lo si voglia. E il volerlo non chiama in campo una inerte forza interiore ed innata, volerlo coinvolge i meandri dell’io, è uno sprone così ben ascoso a volte che si fatica più a rinvenirlo che ad usarlo. Accade che alcuni non lo vogliano e siano parimenti rispettabili. Onore ai vinti… purché combattenti….

#donna

“Donna, mistero senza fine bello”, chiosava Guido Gozzano nel suo componimento “La signorina Felicita”. E mai accostamento lessicale è stato più opportuno… già perché noi donne siamo questo: un mondo di inesauribili risorse da scoprire. Il Mistero ha il fascino del pericolo, del non conosciuto, dell’inesplorato misto all’adrenalina dell’avventura. Quale uomo mai potrà sostenere di conoscere integralmente e completamente le donne?
Nei secoli l’immagine della donna che è stata tramandata è un’immagine stereotipata e forgiata sui modelli imposti da istituzioni maschili: figlia moglie madre. Senza spazi autonomi di azione. Coloro che deviassero da questo modello erano guardate con disapprovazione e condannate fino alla morte sociale quando non fisica (pensiamo alla caccia alle streghe da parte della Santa Inquisizione). Le donne erano un pericolo… si badava bene a che rimanessero relegate negli ambiti domestici, non bisognava che fossero istruite, ricevevano solo dei rudimenti che servissero loro per la vita da mamma e sposa fedele. Si faceva di tutto perché non divenissero esseri pensanti con una propria coscienza. Eppure… eppure… sappiamo bene che non appartiene alla donna l’obbedienza tacita e acritica (fin dal giardino dell’Eden) e così è stato anche nei secoli scorsi. Mai sono mancati esempi di figure femminili che si siamo segnalate per la loro “irregolarità”, per il loro non essere conformi al ruolo che si voleva ricoprissero: Ildegarda di Bingen, Sofonisba Anguissola, Artemisia Gentileschi, George Sand, Sibilla Aleramo, Simone de Beauvoir, la nostra conterranea Antonietta de Pace, solo per citare pochi esempi. “Chi dice donna… dice danno”, recita un noto adagio sicuramente coniato da un uomo. La donna valeva solo come proiezione maschile. In caso contrario… sarebbe stato un elemento di rottura, di frattura sociale, un inceppamento nell’ingranaggio… beh… l’ingranaggio della storia ha potuto funzionare appunto grazie a figure che si ergessero al di sopra e al di là dei luoghi comuni… e così è accaduto per il cammino di evoluzione della posizione sociale femminile. Fin dalle battaglie per il diritto di voto per arrivare alle rivendicazioni del movimento femminista durante gli anni’60 -’70 e alle lotte per la difesa della donna dalle violenza di genere dei giorni nostri la polvere i chilometri le intemperie della storia non hanno fermato il sesso debole. La fragilità presupposta è stata la nostra forza, il nostro sprone ad agire e a smentire i sorrisi dissimulati e gli scherni rivoltici.

#rainydays

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E poi quei giorni di pioggia… che ti  chiedi cosa c’entrino ora… ieri splendeva alto il sole e sembrava prossima la primavera… comprendi però dopo un attimo di smarrimento che è così che va… comunque. Non c’è il tempo di abituarsi al bel tempo che subito incalzano le nuvole. E pensi che alla fine sono necessarie anch’esse, spazzano via lo sporco nel cielo. E ce n’è tanto. E allora aspetti. Ti dici “passerà”. Solo che alle nuvole e alla pioggia si aggiunge il vento sferzante che rende l’incedere arduo e faticoso. E subentra la stanchezza. Vorresti fermarti e stare. Così. Non è tristezza, non sei triste per niente, è solo sentire estrema la fatica.